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Il paesaggio oltre la crisi

Il paesaggio oltre la crisi

Il 31 maggio a Praga, presso l’Istituto Italiano di Cultura (Vltašska 34, Praga 1) è stata aperta al pubblico la mostra di Manuel Bonfanti, intitolata “Il paesaggio oltre la crisi”. L’iniziativa - patrocinata dall’Ambasciata d’Italia, dall’Istituto Italiano di Cultura e dalla onlus Assis - è promossa dall’Italian Business Center di Praga. Il catalogo, edito da Progetto RC, contiene un testo critico di Ivan Quaroni. Attraverso una cinquantina di opere, prevalentemente di medie e grandi...

Mussolini e Masaryk, storia di un presunto complotto / Mussolini and Masaryk, the story of an alleged plot

Mussolini e Masaryk, storia di un presunto complotto / Mussolini and Masaryk, the story of an alleged plot

“Il vecchio Masaryk ci aiutò”, disse Tito Zaniboni. Correva l’aprile del 1927, Zaniboni, deputato socialista, era sotto processo a Roma con l’accusa di attentatore alla vita di Benito Mussolini. Le cronache fasciste di quei giorni riportavano queste sue parole, pesantissime per la vecchia Europa. Il celebre Tomáš Garrigue Masaryk, il presidente letterato della Cecoslovacchia, politico, filosofo e sociologo, emblema della libertà per i popoli un tempo sotto il giogo degli imperi centrali, mandante di un assassinio politico. Cosa c’è di vero, in questa storia a tinte nere?
Di vero c'è che il 4 novembre 1925, qualche minuto prima delle otto del mattino, un uomo elegante, alto, sulla quarantina, con i capelli corvini pettinati all'indietro ed i baffi neri e lucenti, parcheggiò un’auto in Piazza San Claudio, nel centro di Roma. Era una Lancia Lambda a 4 cilindri nuova fiammante. Ne scese e camminò per poco più di un isolato prima di entrare nella hall dell'albergo Dragoni, nei pressi di piazza Colonna. Portava con sè una grossa valigia, si presentò come il Maggiore Silvestrini. Chiese espressamente le chiavi della stanza numero 90, salì le scale fino al quinto piano, entrò nella camera. Diede un'occhiata sbrigativa al piccolo balcone ed al palazzo di fronte, poi posò la valigia sul letto e ne estrasse un fucile Mannlicher a cannocchiale, di fabbricazione austriaca. Controllò il funzionamento dell'arma e la nascose nell'armadio.
L'albergo Dragoni era in un palazzo nobiliare dalla cui facciata si poteva guardare, a poche decine di metri, Palazzo Chigi. Il 4 novembre si festeggiava la fine vittoriosa della Prima Guerra Mondiale. Benito Mussolini sarebbe apparso sul balcone per sfogare davanti alla folla la sua retorica trionfalistica.
Di vero c'è che alle otto e trenta minuti la polizia, guidata dal commissario di Pubblica Sicurezza Giuseppe Dosi, fece irruzione nell'albergo Dragoni ed arrestò il supposto Maggiore Silvestrini, al secolo Tito Zaniboni, parlamentare del Partito Socialista Unitario. L’arrestò con l’accusa di voler attentare alla vita del Duce. La polizia era giunta tre ore prima del comizio.
Zaniboni era stato tradito da due errori prettamente umani. Il primo commesso da lui stesso, quando per farsi bello e temerario confidò a Marisa, la giovane amante, i suoi piani rivoluzionari; il secondo commesso da Marisa, che raccontò allo studente Carlo Quaglia, il suo giovane amante, delle storie avventurose narrate in un altro letto. Quaglia però racimolava soldi informando i fascisti dei malumori della plebe, e per Zaniboni la storia fu finita.
Infine, di vero c’è anche che Tito Zaniboni comprò una macchina, un fucile e pagò una stanza d’albergo con dei soldi arrivati dalla Prima Repubblica Cecoslovacca, passati direttamente nelle sue mani da un giornalista boemo legato al Partito Socialdemocratico Cecoslovacco. Si parla di una somma considerevole, due assegni da 150 mila lire dell’epoca, e 300 mila lire con la lira allora a cambio fisso equivalevano a 23 chili d’oro (anche se alcune fonti riportano la cifra in franchi, qualcosa come 240 mila lire del tempo). Grandi somme di cui Masaryk e l’allora Ministro degli Esteri Eduard Beneš erano al corrente.
Lo stesso Mussolini nel 1928, parlando dell’affaire Zaniboni in un suo libro di memorie, citò direttamente la partecipazione cecoslovacca nel finanziamento dell’attentato; dopo la guerra invece Indro Montanelli, nella sua monumentale Storia d’Italia, scriveva su Zaniboni che “dall'estero gli era arrivato qualche incoraggiamento, in particolare del radicale francese Herriot e del vecchio democratico cecoslovacco Masaryk”.
In sintesi abbiamo l’autore del delitto, Tito Zaniboni, che nel processo citò espressamente il coinvolgimento di Masaryk; abbiamo le testimonianza di Mussolini, vittima prescelta, che indica i cecoslovacchi; abbiamo una ipotesi avanzata da Montanelli, forse con troppa leggerezza, sulla partigianeria del presidente cecoslovacco.
A questo punto, nel tentativo di appurare la verità, ci affidiamo a due storici dell’Università di Praga: Pavel Helan e Ondrej Houska. Entrambi hanno studiato a fondo i rapporti italo-cecoslovacchi, in special modo inerenti il  periodo fascista.
Prima di tutto disegnamo il contesto geopolitico degli anni venti: i rapporti tra Italia fascista e Cecoslovacchia non erano così negativi da giustificare l’interesse in un assassinio mirato.
“Anzi, i rapporti tra i due Paesi sono addirittura migliorati con l’avvento del fascismo” suggerisce Helan “poichè il fascismo rese almeno stabile la situazione politica italiana, e la neonata Cecoslovacchia aveva bisogno di interlocutori politici affidabili, come la Francia”.
E c’è ancora di più a smontare le teorie complottistiche, poichè i due studiosi ci mettono al corrente di un dato spiazzante: nel 1926 Mussolini fu insignito dal Castello di Praga dell’Ordine del Leone Bianco, il più alto ordine cavalleresco cecoslovacco. Era il ringraziamento per il sostegno alla causa cecoslovacca che il futuro dittatore aveva espresso anni prima, da direttore del Popolo d’Italia, quando coi suoi editoriali si scagliava contro l’Impero Austro-Ungarico a favore dei popoli oppressi da Vienna. Helan nel 2003 ha pubblicato su questo tema un documentato articolo per la rivista italiana e-samizdat.
E’ anche vero – come precisa Houska - che la consegna dell’Ordine del Leone Bianco va considerata nel suo contesto: “Praga aveva dato lo stesso premio ai governi di tutti i Paesi vittoriosi sull’Impero Austro-Ungarico. Non darlo all’Italia sarebbe stata una mancanza diplomatica”.
I rapporti tra le due nazioni non erano ostili, ma nemmeno apertamente amichevoli. Erano rapporti corretti. 
E quindi, venendo al punto, i cecoslovacchi finanziarono davvero Tito Zaniboni?
“Sì, i soldi usati da Zaniboni provenivano effettivamente da Praga” ammette Houska, ma c’è un però: “quei soldi erano destinati al Partito Socialista di Turati, di cui faceva parte anche Zaniboni, e furono stanziati dal Partito Socialdemocratico Cecoslovacco con il benestare del Castello, e quindi di Masaryk e presumibilmente anche di Beneš, per sostenere la propaganda politica dei socialisti italiani. I soldi erano allo scopo, possiamo dire intuibile, di sostenere la socialdemocrazia in Europa in quegli anni. Zaniboni prese parte di quei soldi per sé, tanto che nè Turati o Treves (dirigenti del partito italiano) nè i vertici del partito cecoslovacco seppero nulla dell’attentato fino a quando non uscì sui giornali”.
Chiarita la vicenda in questi termini, ci pare di capire che ci sia ben poco per fare del sensazionalismo storico. “Il vecchio Masaryk non fu il mandate dell’attentato a Mussolini, e non era neanche al corrente dei piani di Zaniboni” confermano con certezza i nostri storici.
Probabilmente il deputato socialista tirò in ballo Masaryk per confondere le acque, forse anche per dare al suo gesto un significato di portata internazionale.
Prima di chiudere proviamo l’ultima carta: Eduard Beneš. Dal 1918 al 1935, prima di succedere a Masaryk come presidente della Cecoslovacchia, Beneš fu ministro degli esteri del Paese. Si è parlato di una sua avversione per Mussolini, tanto che nei diari di Galeazzo Ciano si scopre di un’intercettazione, nota agli italiani, in cui Beneš suggeriva agli inglesi di far cadere il Duce già durante la crisi di Corfù, nel 1923. Che Beneš sapesse?
Il professor Helan lo esclude: “Beneš e Mussolini mal si sopportavano semplicemente perchè erano entrambi troppo egocentrici e avevano l’abitudine di sottovalutare tutti gli altri. Beneš negli anni Venti, in realtà, non si preoccupava di Mussolini perchè, a suo dire, non sarebbe durato che qualche anno”.
La teoria di un complotto di Hradčany per eliminare Benito Mussolini, per ora, in mancanza di altri elementi, finisce qui.

di Giuseppe Picheca

-Progetto Repubblica Ceca-


"The old Masaryk helped us", declared Tito Zaniboni. It was April 1927, Zaniboni, a socialist deputy, had been placed on trial in Rome on charges of plotting against the life of Benito Mussolini. The fascist chronicles reported his words, very strong words for the old Europe. The popular Tomáš Garrigue Masaryk, the well-read Czechoslovakian president, politician, philosopher and sociologist, symbol of freedom for the people who were once under the rule of the central empires, was the mandator of a political assassination. What is the truth behind this rather obscure story?
The true elements are that - on November 4th, 1925 - a few minutes before eight o'clock in the morning - an elegant, tall man in his forties, with well combed, raven hair and black shiny moustache, had parked a car in Piazza San Claudio, in the centre of Rome. It was a brand new 4-cylinder Lancia Lambda. After getting out, he started walking for a little more than a block of flats before entering the hall of the Dragoni hotel near Piazza Colonna, carrying a large suitcase. He introduced himself as Major Silvestrini and specifically asked for the key to room number 90, then climbed the stairs to the fifth floor and entered the room. He cast a quick glance at the small balcony and the building in front, then put his suitcase onto the bed and pulled out a Mannlicher telescopic rifle, made in Austria. He checked the mechanism of the weapon and finally hid it in the wardrobe.
The Dragoni hotel was in an elegant building from which, twenty or thirty meters away, you could see Palazzo Chigi. On November 4, they would be celebrating the victorious end of World War One. Benito Mussolini would appear on the balcony in front of the crowd to vent his triumphalist rhetoric.
The truth of the matter is that at eight-thirty, the police, headed by Police Chief Giuseppe Dosi, raided the Dragoni hotel and arrested the so called Major Silvestrini, whose real name was Tito Zaniboni, a Member of Parliament of the United  Socialist Party and charged him with plotting to kill il Duce. The police had arrived three hours before the rally.
Zaniboni had been deceived by two simple human errors: the first committed by himself when, bragging about his bravery, he confessed his revolutionary plan to his young lover Marisa. The second mistake was made by Marisa, who told her young lover, a student called Quail Charles, about the adventurous story she had been told while she was on another bed. Quaglia, however, made a living on small sums of money which he received as an informant of the fascists, reporting on the discontent of people and for Zaniboni this was the final blow.
Then, there was also the fact that Tito Zaniboni had bought a car and a rifle and had paid for the hotel room with money from the First Czechoslovakian Republic, which had been passed onto him by a Bohemian reporter, linked to the Czech Social-Democratic Party. The sum is believed to have been quite considerable, with two cheques each amounting to 150 thousand lire of that period and 300 thousand lire with the Lira then worth, at a fixed exchange rate,  23 kilograms of gold (even if some sources report that the amount was in Francs, the equivalent of 240 thousand lire of the time). Large sums of money, anyway, that Masaryk and the then Foreign Minister Eduard Beneš knew about.
In 1928, Mussolini himself, speaking about the Zaniboni affair, in a book of memoirs, accused the Czechoslovaks of being directly involved in financing the attack. Instead, after the war, Indro Montanelli, in his monumental History of Italy, on writing about Zaniboni had said "he had received some encouragement from abroad, particularly from the French radical Herriot and the old Czechoslovak democrat Masaryk".
In short, we have the author of the crime, Tito Zaniboni, who during the trial, specifically spoke of Masaryk’s involvement, we have the testimony of Mussolini, the chosen victim, who accused the Czechoslovaks; then there is Montanelli’ s perhaps rather superficial hypothesis on the partisanship of the Czechoslovakian president.
At this point, in an attempt to discover the truth, we have to rely on two historians from the University of Prague: Pavel Helan and Ondrej Houska, both of whom have studied in detail the relationship between Italy and Czechoslovakia, especially during the fascist period.
First of all, let us analyse the geopolitical context of the Twenties: the relationship between Fascist Italy and Czechoslovakia were not so negative as to justify a planned assassination.
"On the contrary, the relationship between the two countries had even improved with the advent of Fascism", suggests Helan, "because fascism had at least stabilized the Italian political situation and the newly formed Czechoslovakia was in need of reliable political partners, such as France".
And there's even more evidence to dismantle the conspiracy theory, as the two scholars enlighten us on a very outstanding historical fact: in 1926 Mussolini had been awarded, from  the Prague Castle, with the Order of the White Lion, the most prestigious Czechoslovakian knighthood. It was given in appreciation for his support of the Czechoslovakian cause expressed by the future dictator a few years before when he was still director of the “Popolo d’Italia”, and when through his editorials he attacked the Austro-Hungarian empire in support of the oppressed population of Vienna. In 2003, Helan published a thorough article on this subject for the Italian magazine e-samizdat.
It is also true, as Houska points out, that the award of the Order of the White Lion should be considered in a wider context: "Prague had also given the same award to the governments of all the victorious countries in their effort against the Austro-Hungarian Empire. Not giving it to Italy would have been a diplomatic mistake".
Relations between the two nations were not hostile, nor overtly friendly, but just ordinary.
And so, coming to the point, did the Czechoslovaks really finance Tito Zaniboni?
"Yes, the money used by Zaniboni actually came from Prague," admits Houska, but there is an issue: "that money was intended for Turati’s Socialist Party, of which Zaniboni was also a member and the money was allocated by the Czechoslovakian Social Democratic Party with approval from the Castle - and therefore by Masaryk and presumably also by Beneš - in order to sustain the Italian Socialist political propaganda. We may presume then that the scope of the money was to support Social Democracy in Europe in that period. Zaniboni took part of that money for himself, and neither Turati nor Treves (leaders of the Italian party) nor the Czechoslovakian party leaders knew anything about the assassination attempt until it came out in the press".
Having clarified the matter in these terms, we understand there is little scope for historical sensationalism. "The old Masaryk was not the mandator of the attempted assassination of Mussolini, and he was not even aware of Zaniboni’s plans”, our historians confirm with confidence.
Perhaps, the Socialist representative decided to involve Masaryk to mix up the cards or perhaps to give an international significance to his gesture.
Before closing the argument, however, let’s play the last card: Eduard Beneš. From 1918 to 1935, before succeeding to Masaryk as president of Czechoslovakia, Beneš was foreign minister of the country. They have mentioned his aversion for Mussolini, to so such an extent, that in Galeazzo Ciano’s diary we read about an interception, (already known to the Italians), in which Beneš suggested to the British that they should try to overthrow il Duce already during the Corfu crisis in 1923. Did Beneš know about this?
Professor Helan excludes it: "Beneš and Mussolini could hardly bear each other because they were both too self-cantered and had the habit of underestimating others. In the twenties, in actual fact, Beneš was not interested in Mussolini because, according to him, he would only have lasted more than a few years”.
However, in the absence of further elements, the theory of a Hradčany conspiracy for the elimination of Benito Mussolini ends here, at least for now.

by Giuseppe Picheca